DIATOMEE: Cellule inquiete
#17: Dell'Antropocene come politica, di cellule che diventano complesse, dell'inquietante
Io ci provo, a non abbandonarvi a questa faticosa cadenza circa mensile, ad accompagnarvi più spesso. Così come approfondire mille cose che escono ogni giorno, e non posso, devo fare delle scelte. Compromesso: questo è il primo di una serie di post che chiamerò diatomee. Come le creature unicellulari dagli incredibili gusci raccolte dal microscopista, raccolgo brevemente alcune notizie forse degne di nota.

Geocronologia politica
Su Lucy, Alessio Giacometti racconta una controversia sul processo decisionale dell’Anthropocene Working Group. La questione è stata aperta da Alexander Damianos, ricercatore all’Università del Kent che ha seguito la genesi della proposta dell’Antropocene infiltrandosi a mo’ di antropologo nell’AWG (nella tradizione dei laboratory studies di Bruno Latour, cfr. questo eccellente articolo del Tascabile sempre di Giacometti). Damianos sostiene che l’AWG abbia lavorato ‘a tesi’, spingendo il riconoscimento dell’Antropocene per legittimare scopi ambientalisti e politici, invece di partire dall’analisi obiettiva del dato scientifico. Opinione a cui l’AWG si oppone con veemenza. Confesso che dopo aver letto il botta-e-risposta mi sento scettico sulla descrizione di Damianos, ma in ogni caso credo l’errore stia a monte: non si possono districare scelta scientifica e scelta politica, e va bene così. Scegliere le descrizioni, le linee di cesura del nostro mondo è, necessariamente, un atto politico. Come argomenta anche questo scritto di Ville Lähde su Aeon:
Another way to look at this is to say that we are living in the ongoing process of the Anthropocene that has multiple currents and will take new and surprising (and perhaps more terrible) forms in the future. This is another virtue of the notion of the Anthropocene as an event: it is open-ended, it points not only to history but also to the future. […] Not only are we moving to a radically different planet, there is a temporal succession of alien planets looming in the future, and alternative trajectories to take. None of the paths to the future are free of problems, because the inherited baggage of history is heavy. A lot of damage has been done, and we have to live with that trouble, as Haraway and Tsing have stated. Some things have been irrevocably lost, and many other things will be lost, even in the best of all possible worlds. Whether the future sees a better or a worse-off world, a world-historical bottleneck needs to be squeezed through. Choices are made, every day, about the planet that humans will inhabit in the futures to come.
E non a caso stiamo vivendo la prima grande crisi internazionale legata al mutamento climatico: le pretese di Trump sulla Groenlandia, per quanto brutali e folli siano, hanno una radice nella realtà di un Artico che si squaglia e rivela nuovi territori e nuove rotte da colonizzare, spiega Ferdinando Cotugno su Areale.
Versioni di un nucleo
Se esiste un Antropocene, è anche perché tre miliardi di anni fa una linea evolutiva di procarioti ha iniziato un percorso che l’ha portata a formare un tipo di cellula completamente diversa e ben più complessa. Quella eucariotica, dotata di nucleo, cromosomi, membrane interne, organelli; la nostra. La loro origine è uno degli eventi più importanti e meno compresi nella storia della vita sulla Terra. Piante, animali e funghi sono solo le punte dell’iceberg pluricellulari e macroscopiche di una diversità biologica immensa che trascuriamo alquanto. Tanto che emergono ogni tanto scoperte di nuovi interi gruppi di eucarioti microbici (senza contare la possibilità che siano esistiti altri gruppi oggi estinti di eucarioti molto macroscopici, come abbiamo discusso qualche mese fa).

Due recenti studi su Nature portano avanti l’impresa titanica di fare luce su un evento di cui non abbiamo una documentazione fossile: dobbiamo leggere i segni, le cicatrici che restano nel DNA; sospiri flebili che echeggiano dopo due, tre miliardi di anni di evoluzione. Tobiasson et al. consolidano l’origine degli eucarioti come un ramo evolutivo all’interno del gruppo degli Asgard archaea (gruppo oscuro di procarioti che esiste tuttora, un ennesimo esempio di biosfera nascosta dall’enorme significato evolutivo) con contributi secondari di altre linee. Ma soprattutto Kay et al. mostrano che probabilmente l’endosimbiosi dei mitocondri, con buona pace di Lynn Margulis, è stato uno degli ultimi passi di questa rivoluzione: gli eucarioti avevano già un nucleo e membrane interne, prima di cooptare chi respirasse per loro.
Essenziale, in questo contesto, l’esistenza di progetti di mappatura del microbioma globale, come Microflora Danica, presentato sempre sulle pagine di Nature il 3 dicembre. Noi veniamo dal minuscolo, noi viviamo del minuscolo, e non possiamo capire la Terra né la sua storia, se lo ignoriamo.
Unheimlich, unsere Heimat
Chi legge questa newsletter sa che il mondo è uno, e arti e scienze sono solo nomi che diamo a varie modulazioni del nostro interpretarlo. Lo sanno bene anche i due scrittori italiani outsider che qui cito. Elena Tosato, che della fusione tra scienza e poesia ha fatto una cifra torrenziale e inequivocabile, ci dona numerose suggestioni letterarie sulla crisi climatica in un post della sua newsletter Sillabe:
la letteratura ha sempre avuto un rapporto privilegiato con l’esperienza che destabilizza le certezze e con quello che Freud chiamava Unheimlich, ciò che è familiare eppure estraneo e rappresenta il ritorno del rimosso. Può trattarsi di argomenti semplicemente strani, tutto il campo che in inglese comprende la definizione di weird, e su cui peraltro Mark Fisher ha dedicato parecchi lavori; ma può trattarsi anche del modo in cui ci rapportiamo a eventi naturali la cui portata non riusciamo bene a maneggiare da un punto di vista cognitivo ed emotivo, perché sono il limite che mette in crisi i nostri schemi interpretativi

E l’archetipo di Unheimlich nel nostro immaginario naturale sono gli insetti. Tommaso Lisa, inclassificabile autore per cui il sottoscritto ammette una sfacciata venerazione, sull’Indiscreto delinea un vertiginoso percorso artistico sui fasmidi, ovvero gli insetti-stecco, insetti-foglia: mimesi come riflesso della natura su sé stessa, annullamento del rapporto tra il vivente e il suo sfondo:
I Fasmidi sono insetti solo all’apparenza simili ad esseri viventi, tendenze imitatrici della materia che, dotata di memoria, ripete per abitudine le forme una volta prese, specchiando ciò che la circonda. La loro vita – cintando ancora Didi-Huberman – è quella stessa della scenografia che fa da sfondo, dell’habitat in cui vivono. Pur realizzando una speciale perfezione imitativa il Fasmide infrange la gerarchia che ogni imitazione esige. Non c’è più un modello e una copia. La copia divora il modello, che quindi non esiste più. È il modello imitato che si trasforma in un “accidente” della sua copia, un accidente “fragile, che rischia di essere fagocitato”.
Canzone di oggi
La DDR: il Muro di Berlino, la STASI, i suoi crimini. Ma dove la recuperiamo una canzoncina ecologista limpida come Unsere Heimat1 (Youtube / Spotify), e allo stesso tempo che riassuma in un guscio di noce il concetto di possesso del pianeta, in cui i campi coltivati e i pesci nei fiumi sembrano una natura sola, che va protetta perché appartiene al popolo?

Unsere Heimat, das sind nicht nur die Städte und Dörfer
Unsere Heimat sind auch all die Bäume im Wald
Unsere Heimat ist das Gras auf der Wiese
Das Korn auf dem Feld und die Vögel in der Luft
Und die Tiere der Erde
Und die Fische im Fluss sind die Heimat
Und wir lieben die Heimat, die schöne
Und wir schützen sie, weil sie dem Volke gehört
Weil sie unserem Volke gehört
La nostra Heimat non sono solo le città e i villaggi.
La nostra Heimat sono anche tutti gli alberi della foresta.
La nostra Heimat è l’erba del prato,
il grano del campo e gli uccelli del cielo,
e gli animali della terra,
e i pesci del fiume; questi sono la nostra Heimat.
E amiamo la nostra splendida Heimat
e la proteggiamo perché appartiene al nostro popolo;
perché appartiene al nostro popolo.
Heimat è un concetto tedesco di difficile traduzione che significa qualcosa di più e diverso da ‘patria’: è il luogo natìo, il luogo a cui apparteniamo, in cui ci sentiamo a casa.


Ciao Massimo, io continuo ad essere perplesso sulla questione Antropocene come fase recente. Perchè secondo me le cose hanno iniziato a degenerare molto tempo prima, direi dall'utilizzo di utensili per la caccia e del fuoco, due "cose" che hanno consentito agli antenati dell'umanità attuale di "barare" nei confronti di altri animali usando qualcosa che va oltre il piano fisico (cacciare animali senza armi? impossibile! stare protetti nella savana dai predatori senza il fuoco? impossibile!). Per non parlare, in tempi ben più recenti, della scomparsa di tutti gli animali di grandi dimensioni (fatte poche eccezioni) in cui l'umanità ha quantomeno complicato problemi di adattamento ai cambiamenti climatici post-LGM. (ma in Australia ben prima...)
E che dire della scomparsa dei boschi per scopo agricolo? e che dire degli improvvisi avanzamenti dei delta a causa di estesi fenomeni di disboscamento (che fra l'altro in alcune aree montane hanno completamente distrutto il suolo)?
Cioè, trovo che il concetto secondo il quale l'Uomo abbia incominciato ad incasinare le cose da pochi decenni sia limitativo, anche se c'è indubbiamente è in corso un "crescendo rossiniano"